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Pier Domenico Garrone: il comunicatore italiano, ossia quella rivoluzione digitale

Foto: Pixabay | Fonte: www.specchioeconomico.com

Pier Domenico Garrone, esperto di comunicazione digitale ed uno dei «comunicatori italiani»


«Quando ho iniziato e ti chiedevano che lavoro fai, alla risposta il Comunicatore seguiva un’espressione quasi incredula. Da allora le esperienze di utile bottega pratica frequentando i luoghi delle decisioni della sana prima Repubblica e della seconda Repubblica ci fanno trovare pronti al cambiamento, in corso, che sta riqualificando il sistema delle relazioni e della comunicazione». Comunicatore è chi comunicazione fa, spiega Pier Domenico Garrone, «comunicatore» esperto di «web reputation» ed innovazione che si occupa de «Il Comunicatore italiano» entrato di recente come partner di IsiameD, la «management company» presieduta da Gian Guido Folloni (da anni a capo dell’Istituto per l’Asia e il Mediterraneo). Il Comunicatore italiano è una «think tank» ma anche un blog che affronta il bisogno di una dimensione istituzionale nella comunicazione intesa come tratto della serietà, dell’impegno e della passione per un’Italia dall’identità ancora incerta. «Una dimensione che non vuole essere anti-moderna, di fronte all’irrompere dei new media, e che va intesa anche come una disciplina ed un’etica pubblica». Sono nel gruppo anche Antonio Bettanini, esperto di comunicazione istituzionale, e Michelangelo Tagliaferri, fondatore dell’Accademia di Comunicazione di Milano. E molti altri, se è vero che la strategia della comunicazione nasce dall’esperienza di una «task force» in grado di digitalizzare le imprese e l’Italia, dando modo di ampliare le potenzialità di noi tutti.



Domanda. Che cos’è l’economia digitale? 
Risposta. L’economia digitale è l’economia di oggi, l’economia della Comunicazione, l’attività che oggi vede lo Stato, i cittadini e le aziende protagonisti di una trasformazione determinata anche dalla banda larga, cioè dalla connessione dei dati. L’Italia nel 2001 è stata la prima nazione nel mondo ad avere una rete UMTS che ha consentito la mobilità del dato. Ciò ha fatto crescere la domanda e l’offerta d’informazione, ma soprattutto ha modificato nell’informazione la comunicazione partecipativa: non c’è più uno che scrive e l’altro che legge ma chi legge interviene e procede contestualmente su chi ha dato l’informazione all’inizio; questo sistema nell’economia ha portato di nuovo al centro la persona, lo vediamo per esempio nella differenza che è nata tra i sondaggi, strumenti di rilevazione dell’opinione sociale. L’economia digitale riguarda l’Italia in un momento particolare in cui si è confusa con l’ammodernamento dell’informatica: l’informatica è lo strumento, l’economia digitale è il modello. È cambiato il nostro comportamento sociale grazie al dato digitale, alle applicazioni chiediamo una risposta e rispetto a questa risposta generiamo la nostra esperienza, la quale ha un valore in quanto determina immediatamente un’opinione confrontata e confrontabile, includendo dunque anche l’etica della libertà di espressione, che nell’informazione prima era anche assicurata nel dettato costituzionale e che oggi, invece, deve ancora trovare una corretta regolamentazione e vigilanza. Su questo tema l’Italia è purtroppo molto indietro. L’economia digitale è soprattutto la comunità digitale che un’azienda ha e che rappresenta la sua storia, sono valori economici da inserire in bilancio, sono soprattutto fonti di ricavo che in Italia le aziende non hanno ancora opportunamente compreso. Purtroppo in Italia non c’è un’azienda che abbia un bilancio digitale; questo lo troviamo invece nelle aziende che stanno dando ai comportamenti sociali italiani dei modelli, Google e Facebook per primi. Si tratta di dati che rappresentano un valore economico in bilancio che oggi non è espresso. Non abbiamo nemmeno trovato testi di approfondimento sull’economia sociale. Un’azienda, l’istituzione, un cittadino, devono disporre del dialogo digitale e lo possono realizzare attraverso il proprio telefono, il portatile, il tablet, e siamo solo all’inizio: la fase dell’economia digitale porterà non solo al dialogo tra le persone ma anche a quello tra le macchine e tra le persone e le macchine. Questa marea di dati, soprattutto nel pubblico, se fosse legittimamente gestita dai proprietari di molte aziende italiane, comprese quelle pubbliche, porterebbe a rating diversi. Chi elabora un’analisi costante per le istituzioni per sapere cosa è percepito per l’Italia e cosa ci si aspetta dall’Italia? Nessuno. Non si può avere, in un Paese come l’Italia che ha una matrice latina e che ha conquistato il mondo, un’arretratezza siffatta. 


D. 2011: nasce Il Comunicatore italiano. Perché? Con quali obiettivi? Con quale accoglienza da parte del mercato?
R. Il Comunicatore italiano è nato partendo dall’analisi della ricerca sulla comunicazione digitale e la «web reputation», per creare non solo l’aspetto diagnostico ma le terapie di gestione. Quante persone sono state danneggiate da situazioni giudiziarie - della loro azienda o personali - e queste ferite sono state in rete motivo di danno economico e di danno sociale? Chi rimargina? Non esiste nel sistema di giustizia italiana un luogo in grado di rimarginare questi danni in tempi utili. C’è un elemento fondamentale nella comunicazione: il dato viene «eternizzato», per cui un fatto avvenuto cinque anni fa può essere, attraverso il web semplicemente riproposto come se fosse un danno «oggi». Non c’è una camera arbitrale e i tempi della giustizia italiana non sono in grado di assolvere a questo fatto. C’è tutta una ristrutturazione digitale che serve al sistema Paese e alle aziende. La ragione per cui è nata la prima «management company» che unisce le relazioni internazionali e l’economia digitale è legata alla necessità di rispondere a questa forte domanda di innovazione. La standardizzazione della creatività è un danno per l’imprenditore. Pensare di dover affidare a Michelangelo la produzione dei suoi monumenti rispetto al programma informatico è impossibile: Michelangelo deve essere libero e creativo per trasformare un pezzo di marmo in un grande monumento, e il digitale deve essere in grado di valorizzarlo e di farlo identificare con i sensori. 


D. Ci sono in Italia gli strumenti per fare tutto questo?
R. Sì, ma manca un soggetto competente nella comunicazione digitale con una visione internazionale del mondo e della struttura gestionale dell’impresa. Purtroppo l’Italia è molto ancorata a uno spirito per bando e non alla ricerca applicata in grado invece di fornire al Paese e alle istituzioni analisi e soluzioni concrete. Noi siamo autonomi, indipendenti dal sistema delle lobby informatiche, riteniamo che anche per l’interesse delle imprese informatiche occorre ripartire da un modello italiano. Se lo Stato si riappropriasse dei dati digitali sarebbe la prima banca mondiale nell’economia digitale.


D. Ristrutturazione e riqualificazione digitale di un’azienda e di un’istituzione? Qual’è la differenza tra le due? 
R. Ristrutturazione e riqualificazione digitale sono le due situazioni critiche che noi abbiamo sinora riscontrato. Una delle grandi morie del sistema italiano è il passaggio generazionale, ed in questo passaggio noi dovremmo essere un riferimento per agevolare la necessaria adozione di competenze dell’azienda che altrimenti diviene un problema, un fallimento. La «management company» serve proprio a consentire che nei passaggi generazionali ci sia anche l’attualizzazione dell’azienda. La ristrutturazione digitale significa mantenere la matrice che ha generato quel modello di business, portandola nell’attualità e sfruttando al meglio la possibilità di innovare le tradizioni in un percorso di successo e di conforto con un vantaggio in più nell’economia digitale: la capacità di pensare non più localmente ma globalmente. Bisognerebbe saper ricomporre la competenza professionale italiana nel resto del mondo. Questo costituisce un forte impoverimento del nostro sistema.


D. Si può parlare, con il digitale, di «fuga dei cervelli»?
R. Con il digitale questa diviene un’affermazione quasi assurda perché i cervelli possono stare anche al Polo Nord a produrre, il problema non è quello, è il populismo. Le idee di una persona possono realizzarsi internazionalmente, gli italiani hanno idee altamente vincenti e competitive, perché a prescindere dalla crisi e dalla condizione economica oggi il prodotto italiano si distingue e la distinzione è un elemento di credibilità che nell’economia digitale, unito al fattore competenza, fa il successo di un’impresa.
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